Senza comunità l'arte muore - Intervista a Luca Nannipieri

PISA. L'Italia è un Paese unico per bellezza, storia, cultura, con un patrimonio artistico, architettonico e naturalistico invidiato dal resto del mondo, dove la creatività umana si è concretizzata in eccezionali risultati nei campi dell'arte, della moda, del design e delle tradizioni enogastronomiche. Questi stessi beni tuttavia sono troppo spesso dimenticati, trascurati, vandalizzati, per incuria e ignoranza, per carenza di fondi o mancanza di adeguate competenze da parte di coloro che dovrebbero conservare e valorizzare questo fragile insieme di tesori. I problemi che riguardano il settore della cultura italiano, che interessano diversi aspetti oltre a quello strettamente economico, sono andati ad aggravarsi ulteriormente con l'emergenza sanitaria, con operatori del settore e artisti duramente colpiti nella loro professionalità e nella possibilità di svolgere il proprio lavoro.

Affrontiamo queste importanti questioni con Luca Nannipieri, noto critico d'arte e saggista, firma di "Panorama" e de "il Giornale", che tramite i suoi articoli e volumi ha messo in risalto le eccellenze del nostro Paese ed evidenziato le ombre che si nascondono dietro tanto splendore.



Intervista di Vittorio Schieroni

Direttore ARTSTART


Vittorio Schieroni: Opere d'arte sottratte e saccheggiate, come ha esposto nel suo libro "Capolavori rubati" (Skira, 2019), ma anche abbandonate in uno stato di incuria o gestite in maniera superficiale. Quali sono, a suo parere, i principali nemici del nostro patrimonio artistico?


Luca Nannipieri: Se volete farvi di cocaina, prenderla a buon prezzo e non farvi beccare, c'è un luogo sicuro al centro di Roma, a due passi dal Colosseo. È un sito archeologico fondamentale per la nostra storia, così fondamentale che lo lasciamo agli spacciatori. Sulla carta, lo tutela lo Stato, il Ministero dei beni culturali e del turismo. In pratica lo frequentano assiduamente chi smercia droga e chi vuole comprarla. Sono il Tempio di Ercole Vincitore (II secolo a. C.) e il Tempio di Portuno (IV - III secolo a. C.). Su RaiUno e Panorama raccontai quando fui inseguito dagli spacciatori. La legge dice che ci pensa lo Stato. La realtà ci dice un'altra cosa: lo Stato, se c'è, non funziona. Sta tutto in quest'immagine l'attuale cancrena del patrimonio storico artistico italiano: a parole diciamo che l'Italia è il paese dell'arte e della bellezza, ma in concreto non abbiamo finora mentalità, preparazione, strutture, selezione dei meriti, a tal punto avanzate da rendere tale patrimonio un veicolo strepitoso non solo di conoscenza, ma anche di economia, profitto, lavoro, sperimentazione, ricerca.


Quali sono gli effetti più dirompenti dell'epidemia sul comparto dell'arte e della cultura e sulle persone che vi lavorano?


Le vittime economiche da Coronavirus sono e saranno tantissime, molte di più dei morti che purtroppo, quotidianamente, la protezione civile aggiorna anche in questa seconda ondata. Il settore "arte, spettacolo e cultura", ovvero musei, biblioteche, teatri, festival, librerie, case editrici, rassegne, con tutte le professionalità specifiche di riferimento e quelle limitrofe legate al turismo, è e sarà il più colpito. Se, per le giustificate esigenze di salute pubblica, lo stop a tutte le attività culturali proseguirà ancora a lungo, vi sarà il collasso sistemico del settore. Il che non vuol dire che gli Uffizi chiudono e crolla il Colosseo, vuol dire che due generazioni di lavoratori e professionisti del settore non produrranno più la materia prima - ovvero la conoscenza applicata all'arte e alla cultura - che è un settore strategico per un paese come il nostro. Come se le Maldive fossero per vari anni impossibilitate, per una marea nera di petrolio, a non poter sfruttare il mare. Su cosa si reggerebbe la loro economia? Sulla vendita di frigoriferi?


"La legge dice che ci pensa lo Stato. La realtà ci dice un'altra cosa: lo Stato, se c'è, non funziona".

È possibile, secondo lei, individuare degli interventi strutturali che potrebbero portare beneficio al sistema dell'arte e che vadano oltre l'elargizione di denaro per tamponare le perdite economiche subite per gli effetti dell'emergenza sanitaria?


Ci sono interventi immediati, interventi a medio raggio e interventi strutturali. Nell'immediato, c'è una sola cosa che serve: soldi diretti nelle tasche dei cittadini, come risarcimento delle attività chiuse, delle programmazioni cancellate dall'intervento autoritario dello Stato che ha detto: "tu sì continui a lavorare, tu no stai chiuso". Soldi diretti, rapidi, capillari. Il resto è burocrazia. Per gli interventi a medio e lungo raggio, lo scrivo da almeno un quindicennio nei libri e in specifiche proposte di legge depositate al Senato: verificato che l'arte e la cultura sono settori strategici per l'Italia in un contesto internazionale, occorre trasformare con radicalità (ovvero con violenza, perché tutti i traumi sono violenti, non chirurgici) l'assetto strutturale con cui si produce, si conserva, si trasmette e si veicola il patrimonio storico artistico e paesaggistico: toglierlo al paternalismo statale (che allarga solo gli uffici ministeriali di fogli, timbri, pratiche, procedure, cavilli) e lasciarlo a quella bellissima parola che da noi è demonio che si chiama "profitto", ovvero la possibilità reale che milioni di persone possano lavorare, cioè guadagnare, dal ragionato sfruttamento conoscitivo, progettuale, valoriale del patrimonio delle nostre città.

D'arte si parla poco e male nelle scuole, in televisione, da parte delle Istituzioni. Ignoranza o convinzione che la cultura non possa generare benefici sotto il profilo economico?


La colpa dell'ignoranza non è solo degli ignoranti, ma anche di quanti, per potere, prestigio e incarichi, hanno avuto tutto il vantaggio di far essere la cultura una materia d'élite, su cui poter esercitare pressione, dominio ed esclusività. Se i cittadini vanno poco ai musei o non ci ritornano, la responsabilità è in gran parte dettata da decenni di elitarismo scientifico che ha fatto della museologia, della storia dell'arte, dell'antropologia, della sociologia, non una frontiera aperta per affascinare la mente degli uomini di fronte ai grandi quesiti dell'esistente, ma una setta di esperti, autoproclamatasi tale che, per incarichi, docenze, pubblicazioni, posizioni di privilegio, retribuzioni, posizionamento sociale, ha avuto tutto l'interesse che l'arte rimanesse una materia trattata solo dagli esperti autodefinitisi come tali. In realtà, come scrivo nel mio prossimo libro, l'arte ha attorno a sé una polifonia di sapienze, di perizie, di avvicinamenti, di attraversamenti, di amorosi tradimenti, che sono testimoniate da ben altre persone che i cosiddetti "storici dell'arte".



"Verificato che l'arte e la cultura sono settori strategici per l'Italia in un contesto internazionale, occorre trasformare con radicalità [...] l'assetto strutturale con cui si produce, si conserva, si trasmette e si veicola il patrimonio storico artistico e paesaggistico".

Con le sue pubblicazioni ha spesso denunciato situazioni e casi emblematici. Si sente solo in questa battaglia oppure ha trovato supporto in persone e Istituzioni che condividono le nostre stesse preoccupazioni?


Attorno alle bellezze minori, attorno alle chiese e ai monumenti meno conosciuti e più colpiti dall'incuria o dall'indifferenza, si sta giocando una parte importante del nostro futuro, perché lì persiste un senso ultimo di comunità che altrove è perduto. Né i partiti né i circoli culturali ripropongono un'idea di comunità umana come invece viene riproposta dai gruppi e dai comitati che lavorano a dar vita alle bellezze ritenute periferiche e secondarie. Il grande monumento "spersonalizza" la sua tutela (nessuno si sentirebbe di dover difendere la Cappella Sistina di Michelangelo), mentre invece il piccolo monumento, proprio perché spesso mal conservato, malcurato, ignorato dalle amministrazioni, riesce a far nascere un senso di difesa, di condivisione, di richiamo a ciò che abbiamo di importante e di duraturo nella nostra civiltà.

Vorrei concludere con un accenno alle sue prossime iniziative e a Casa Nannipieri Arte, casa d'arte che ha fondato in Provincia di Pisa e che realizza pubblicazioni e mostre d'arte contemporanea in Italia e all'estero.


Con la casa editrice Skira, dopo "Capolavori rubati" (2019) e "Raffaello" (2020), sta per uscire il mio nuovo libro "A cosa serve la storia dell'arte", un saggio lungo che medita sulle fondamenta, sulle questioni fondative, sulle domande prime: a cosa serve la storia dell'arte? Perché si conservano i manufatti e le opere? Che cosa muove le comunità e i popoli quando preservano o distruggono i simboli e le testimonianze ricevuti dal passato? La mia casa d'arte, Casa Nannipieri Arte, ha riunito 12 professionisti dell'arte antica, moderna e contemporanea. Fino ad estate 2021 sarà impossibile fare mostre, conferenze ed eventi nei musei, come quelli a cui ero abituato prima dell'arrivo della pandemia. Nessun problema: ci concentriamo su cataloghi d'arte con i principali editori italiani, produzioni audiovisive, campagne mediatiche, tutto ciò che non comporta attività di prossimità e di contatto. Dunque libri, video, immagini, su mass media e social. Appena il virus ci darà tregua, abbiamo vari progetti programmati e avviati sull'arte, a Milano, Parigi e Strasburgo, che sarà interessante condividere con voi.


L'intervista è stata rilasciata da Luca Nannipieri a Vittorio Schieroni nel novembre 2020.


Le fotografie di Luca Nannipieri sono di Paolo Ferraina.


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